Alla fine dei conti ne era uscita praticamente illesa. Aveva preso quella curva male, molto male. Non se la ricordava così, quella strada, complice forse il fatto che da qualche anno ormai non tornava a casa. Sta di fatto che nel giro di pochi secondi si ritrova col culo a terra, col la Vespa a qualche metro di distanza e i pantaloni rotti. Tutt’intorno, il nulla.
Certo, era passato un cane, ma chiedere aiuto a lui le era sembrato effettivamente fuori luogo.
Si rialza quindi vagamente intontita dall’accaduto. Guarda i probabili danni e ne conclude che infondo non era successo niente di eccessivamente grave. La Vespa aveva qualche graffio, le ossa parevano tutte al loro posto e i pantaloni, beh, rotti facevano tendenza.
Rincorre l’ultima arancia rotolata via dal sacco della spesa e la ripone assieme alle sue sorelle in quel che era rimasto del sacchetto.
Era il tramonto di una stupenda giornata di primavera, una di quelle giornate dove tutto è per forza bello, dove la campagna tutt’attorno prendeva dei magici riflessi dorati che le ricordavano che anni prima proprio in quel posto blablabla.
Cadde così in una serie di psicotici ricordi di quel che, tempo prima, era stata la sua vita li.
E allora iniziò a pensare a quanto aveva detestato quel luogo da giovane ribelle qual’era stata, ma allo stesso tempo si rese conto che quello, sarebbe rimasto per sempre l’unico posto in cui si sarebbe sentita realmente a casa.
Si ricordò che da bambina con i suoi amici correva per giornate intere in quelle campagne. Non vi era nulla di particolarmente eccitante in quell’azione ma erano capaci di ridere per ore per quelle sciocchezze.
Le immagini scorrevano nella mente come un album di fotografie, i profumi erano gli stessi di un tempo, e a poco a poco riaffioravano alla testa anche quelle canzoni e quei suoni che tanto l’avevano fatta sognare.
Quelle musiche, colonna sonora di una vita sempre in corsa, sempre alla ricerca di qualcosa in più, quel qualcosa che alla fine non l’avrebbe fatta sentire né più felice né più libera come lei pensava. Quanti giorni spesi a cantare quelle canzoni; inneggiando alla ribellione, alla fuga, alla trasgressione. Perché era questo che voleva lei a 20 anni… era fuggire, trasgredire, essere libera di pensare e fare quel che voleva. Com’era stato strano riascoltarle dopo così tanti anni.
Ed una ad una le erano passate davanti tutte quelle facce, quelle persone che da tanto non vedeva. I suoi più cari amici, i suoi fidanzatini delle elementari, i suoi improbabili amori di una vita. E i professori, i compagni, le commesse, i cuochi della mensa. Tutto era molto più facile allora. Tutto aveva un sapore più dolce.
Quella volta che avevano dormito in spiaggia x giorni e i festival musicali, woodstock dei suoi tempi. E quel giorno che si erano persi in dionisiache danze in mezzo alla piazza in pieno giorno e la pizza alle 5 di mattina, le birre in spiaggia, e l’amore senza pensarci troppo, e poi ancora e ancora.
Un velo di malinconia nei suoi occhi. Era giunto il momento di ritrovare un po’ di passato in quel presente.
Con tutti i buoni propositi si scrolla la polvere di dosso e si rimette in sella alla Vespa, che, ancora un po’ offesa dalla caduta, ripartirà solo al terzo tentativo. E poi via, verso quei vecchi volti, che forse tanto vecchi poi non erano.
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